16.10.03
c’è ansia nel respiro. Come un nervo teso sottopelle. Giro gli occhi intorno per non chiuderli mai, neppure un istante. Per non sognare da oggi a mai più. M’afferro le braccia e mi stringo forte. Che puttana fosse la miseria già lo sapevo. Di quanto lo ero io, non me n’ero accorto. E aggancio le palpebre a un’idea, che non calino più su un’iride in discesa e piena d’orrori. C’è affanno nel respiro, come di una scopata dolce e incosciente. Senza più nessuna memoria. Un ricordo svenduto all’oblio senza nessuna remora. Senza nessuna donna, che non fosse angoscia e timore della dimenticanza. Senza perdermi di vista un momento, uccidendo lì per lì qualsiasi sentire. C’è ansia nel respiro che mi sento addosso.
9.10.03
M’illudo. Di scienze esatte e martiri ancora vivi. D’assassini sprecati a vagare la notte e io a guardarli da qui. Di donne interrotte da una domanda improvvisa. Passeggio sul cornicione adorando un’idea che significhi il sempre. E una lei seduta lì a fumare e piangere abbandonata dalla tristezza. Dov’è l’immagine sfocata di tutta la merda che ci circonda e la coscienza che vi prende alla gola e ancora mi corre appresso senza raggiungermi. Non è una domanda. È sacrificio estremo di qualsiasi banalità. È sopravvivenza postuma, costruita sul niente, su baci strappati con menzogne d’antan e ricordi madidi di sudore. è un senso provato dallo scorrere del sangue altrove. è fascino malato da ricorrenze maledette. La carezzo ancora, stringendo forte il collo tra le mani sudate e non ne ho il coraggio o il tempo o nessuna intenzione. Le sollevo la gonna e non la lascio andare via. Non così. Non adesso.


