31.03.04
brucio l’aria che ho vicino. per non respirare più. per liberare lo spazio e un vuoto. saluto con la mano le ombre riflesse sul muro. resto vago sui miei pensieri e non sento le voci. che s’allontanano dalla confusione. che mi lasciano accanto a un bicchiere. con dentro il mare. e onde disposte a caso che vanno e vengono e non tornano. penso più forte che posso per vincere il rumore. per catturare il silenzio e riempirmi le tasche con le mani. e uno sguardo assente che se ne va dagli occhi in poi. ho difetti di pronuncia nei sentimenti che riconosco a stento. un’anima che rimbalza da sé e piccoli oggetti sparsi nella memoria. non ho neanche parole da sopportare e un’idea vaga di come restare. di come entrare in un cerchio di fumo per disegnarci una speranza migliore. e osservarla da qui. per vedere se si muove. da dove va.
29.03.04
molto temporaneamente chiuso per eccesso di domande senza risposta...
esco da me, ma torno subito (spero...)
26.03.04
arido, questo deserto d’emozioni. sollevo la gonna a idee birichine per provarci in un posto diverso da qui. lontano nella testa, quanto basta a voltarsi indietro senza riconoscere il paesaggio. dubito che un dubbio possa essere salutare. allontanare certezze costruite dal nulla. e crollate con un colpo d’alito. sufficiente a risvegliare il sonno. quella voglia malsana di nascondere i momenti sotto a un cuscino di capelli. sognando di spostare il tempo da dove lo trovo, e rimetterlo in circolo come fosse sangue perduto. da un’emorragia intensa, un flusso caldo che mi esce da un buco nel cuore. sarebbe forse meglio coagulare le ipotesi intorno. e non lasciarsi andare via da dentro di sé. per lasciarsi scorrere sino a non poter rientrare più. starsi a guardare non è un esercizio semplice. è un po’ morire.
24.03.04
venti e tempeste m’agitano tempi di quiete. sapessi che farmene d’una bufera improvvisa, l’attenderei con ansia. spargo ceneri sino a disegnarmi un cerchio alle spalle. ci salto dentro all’indietro. solo per provare un’emozione. che tarda ad arrivare, che forse se n’è già andata. scoppio a ridere e taccio per sempre. coloro muri col buio lasciato perdere dalla notte. invento sfumature di fuoco per bruciare le ombre di riflesso. e resto a guardare poi. fermo e chino. sulle ginocchia piegate a terra. conto i passi che vorrei sentire. i giorni che vorrei passati. allaccio litanie dissacranti all’ipocrisia corrente e ci faccio collane di perle da regalare ai porci. non ho più una religione che mi possa salvare da qui. non ho più una ragione d’andarmene ora. m’abbaglia un sole malato. m’affascina la notte più giusta che nasce.
arcangeli ubriachi ridono di me. di un minuto o giù di lì passato senza uscire dal nulla. incantato di fronte a troppa luce, bloccato in un angolo da un raggio di sole. mi vergogno da me di non insistere contro il tempo. di correre all’indietro per non voltarmi. ma ho notti messe da parte per i giorni bui. ho qualche sollievo nascosto nelle tasche. due righe di biglietto da regalare a chi lo trova. sopporto male digestioni lente di pomeriggi fatti peggio. mi manca qualche bicchiere di troppo per l’incoscienza. e solletico un’idea fantastica. di sfiorare le dita e indovinare. la parola giusta che si accompagna a un espediente. una mossa azzardata dall’eccesso d’ira. parte di un gioco di dettagli studiati e mandati a futura memoria. per essere sempre presente al rintocco di un istante. fosse una vita da avere così. come vorrei.
23.03.04
poche righe di una canzone. suggestione di melodia invadente. quasi fosse un pensiero per forza. quasi fosse scegliere tra le parole da dire. apprezzo anche questa parete nuda che continuo a fissare. non muovo nessuno dei sensi che non sia necessario. fatico a richiudere gli occhi nell’intervallo di un respiro. trattenuto a lungo. pieno d’aria e di fumo. ci sono idee strane che vagano tra l’inventario dei momenti. accadimenti scoloriti e alterni a piccole felicità sopite. ho intuizioni rabbiose di come riesco a non partire. a soffrire un movimento. quando tutti al mondo se ne sono già andati. e resto qui a osservare ogni cosa che faccio. soffiando sul fumo che ho davanti per liberare la strada. per detergere l’aria e respirarla pura. come fosse l’inizio del respirare. un tuffo nei polmoni per tenersi dentro i dintorni. per restare meglio e andare comunque.
22.03.04
"pomeriggio dolce assolato terso", è una notte persa via. rimasta indietro sulle intenzioni. di chi avvicina gli occhi alle parole. e fende il buio innocente di per sé, custode dell’immobilità del tempo. ho acceso piccole luci ai bordi dell’anima. ho lasciato qualcosa che non serviva più. quell’angolo oscuro difficile da capire. quei movimenti circolari dettati dalla velocità . necessari, per riuscire a individuare il passato e distinguerlo dall’assenza. brindo a viejo ron convinto di essere sparso ovunque. ovunque sia possibile un’idea sottile di sorrisi messi in fila. e inseguo il corpo che va a spasso per questo pezzo di strada. per raggiungerlo e strappargli di mano un fiore reciso di notte. per restare con lui a meditare su un istante passato insieme. per annusare un profumo senza riconoscerne il colore. per lasciare la fantasia a strappare petali di rosa.
21.03.04
ci sono giorni feriti a morte da un temporale. ci sono notti in ascolto del rumore di un tuono. sommesso. distante. quasi fosse discreto nel suo riempire di fragore uno squarcio di luce. ansie frementi di piccole bugie tenute a bada da una ragione apparente. sono ciò che popola quelle attese. di attimi silenti dal buio fisso. e lontananze in movimento. quasi fosse il buio a spostarsi per intero. a seminare ombre alle spalle di chi ha coraggio e cammina. senza voltarsi. senza curarsi di un rumore folle. di un vento che si alza al mattino e soffia in faccia. di una pioggia a gocce ingrossate da un cielo pieno di sé. e semina impressioni forti sulle pareti d’aria intrise del solito buio. non so se andare, alle radici del vento. a cercarmi perduto come credevo d’essere. e trovare ombre di un qualcuno ancora da riconoscere.
lenisce il dolore, qualche goccia d’alcol sulla ferita. trasporta altrove un’alleanza di circostanze. lascio parti di me a litigare tra loro. m’avventuro per l’elaborata descrizione di uno stato d’animo. senza frontiere. senza una coscienza di sé sufficiente a versare più di una lacrima. dissoluzione salina di uno sconforto. provato a teatro come fosse per la vita. per sempre, per l’anima in pena e ferma per un giro. orizzonti che s’allargano a macchia d’olio e un bruciore di stomaco che mi prende all’alba. d’ogni volta che mi spiego meglio. d’ogni santo che avrei potuto essere. d’ogni redenzione sofferta in diretta. dal sole, dal suono di una parola. da un gesto accaduto a caso. ci sono notti che preferiscono non esistere. ci sono notti che riempiono a malapena il buio intorno. ci sono notti che splendono anche senza luna, e che vanno di fretta.
19.03.04
sto attento a me. che così m’alleno a distinguere la notte dal buio. sistemo frasi in disordine. ordino parole per posta e m’immagino un diverso da qui. allungo tempi di riflessione fino allo spasimo. ultimo, sofferenza univoca provata dall’insieme di particolari affezioni. necessito un cerchio di fumo alla testa e un idiota per conversare. esco dall’interno di una sofferenza per scovare il rancore. e liberare nell’aria una lucida serenità . di quanto sarebbe importante accorgersi. di quanto potrebbe resistere un occhio esposto al sole. per cancellare ogni impressione a fuoco di frazioni d’istanti e chissà perché. navigo a vista sottocosta per non perdere il contatto. per vincere la paura discreta del nuotare fino a riva. per ritrovare in ogni luogo qualsiasi un amore lasciato lì per me. e distinguerlo dal resto. che poco conta.
18.03.04
ho sangue nelle ossa. radiazioni contaminanti di un pulsare di sensazioni. costante, ininterrotto. un’ossessione che m’invaghisce mentre la scopro. viaggio a piedi per non perdere contatto. con le suole delle scarpe e terra arsa, arida di cognizione d’affetto per il mondo. spulcio domande da test dinamico e illuminante. come mille soli aldilà dei monti, a est, dove ne nasce uno solo. godo di un tepore simile alla grazia. al perdono disperato da un nuovo tentativo di sopravvivenza. e cammino lentamente per adagiare uno sguardo ogni tanto. sui passi che ho lasciato indietro, sull’idea che mi viene di un andare ancora senza direzione. senza illusione posticcia di un’emozione consacrata all’eternità . scarto tutte le ipotesi con destrezza. avvicendo sorrisi digrignando i denti a improvvise soste. da cui mi muovo. poi.
17.03.04
bottiglie di vino che messe in fila fanno una figura discreta. una riflessione a parte su ciò che induce a pensare. male. d’ogni cosa a portata di mano. c’è un’esigenza che di felicità non sa. se servirsene per metodo o abbandonare ogni perplessità al riguardo. scorro lo spazio da vagabondo con qualche peso sulla coscienza. eredità accumulata dalla definizione del pudore. strizzate d’occhio che posso finalmente. al lasciare libera da me la questione morale per portare a spazzo quest’irriverenza. sopravvivo alla vita breve che hanno le questioni di vita o di morte. dimentico quell’io fermo allo sbando. disorientato com’ero da tanto rumore per nulla. ora brindo a qualcosa di più dell’infinito. a essenza minimale di piccole gioie perfette. a sedute con l’inconscio per trovare verità in un’azione. fosse guardare meglio e toccare per riconoscere. di me e altro che non lo sia.
c’è un sole da spegnere, che si accende presto al mattino. lenti offuscate separano lo sguardo dal suo ritorno. sono profumi infantili, ancora da crescere. sono colori sempre nuovi. è una sottile felicità di rimando. di mani esposte alla luce di una diversa lettura. le apro in prossimità di un abbraccio e resto in attesa. di mondi diversi che stimolano l’appetito dei sensi. di curiosità assolute per ogni dettaglio. di sorrisi liberati dall’imbarazzo. una strada bianca lungo un corso d’acqua. è il percorso necessario di un momento solo. lasciato a decantare un dolore. nella speranza che esista ancora la speranza. a risvegliare la notte in preda agli incubi. a farsi accoglienza d’ogni sentire una leggera vibrazione che sa di labbra. a lucidare gli occhi di un paesaggio unico. irripetibile prima di adesso. che annuso forte aromi fluttuanti in quest’aria così.
16.03.04
luci e ombre non hanno confine. strascicano reti colme di combinazioni possibili. un calore diffuso sale dallo sterno e mi brucia le palpebre. un’immagine sottovuoto rilascia una nostalgia d’assenza, già . occhi spalancati per ammazzare un’intima disillusione. rincorro apposta riverberi di un quando. seziono parti di me dalla difficile comprensione per una ricerca approfondita. di come vivere il presente senza trucchi. sciacquo nel ghiaccio poche righe di una leggera ebbrezza. e ritrovo un’eco disperata di sensazioni lasciate cadere a terra. non averne coscienza è un rimorso. risolvo rebus complicati senza particolare allegria. che se fossero carezze sarebbero anche conforto. sarà per questo che gioco con gli accenti e mescolo i colori. una scommessa azzardata di come il buio possa sfumare in altre tonalità . di luce.
il fascino di una nota stonata mi avvolge. lenta perversione di curiosa anomalia. stona una stella nel buio della notte, così come una luna fuori posto nell’ordine delle cose. stona la malinconia scovata sotto a un fiore colorato. stona essere vivi in un mondo di morti. stona la morte in un mattino appena fatto di luce. ho palline colorate da far rimbalzare contro la parete. per calmami i nervi dell’anima. per trovare divertente un’inutilità . per pensare a un ritmo diseguale e avvolgere d’altro i pensieri. per immaginare una donna solo un po’ per volta. per sentirla cantare quando non c’è. per restare seduto in terra e non poter cadere da qui. fisso un punto di fronte. ci vedo spesso altro da me. lavoro sulle possibilità di esistere davvero. in ogni istante in cui m’ascolto e riesco a sentire una nota stonata. sempre la stessa. a girarmi intorno come una domanda che non osa.
15.03.04
da che parte sta il presente. un gioco di idee confuse tra la notte. sposta a caso un’azione significante. la risistema in un tempo indefinito per definizione. e sto qui a meditare sui percorsi delle montagne russe. chilometri passati a rinnovare un’emozione che ti serra la gola. erano notti in cui si correva veloce solo su rotaia. ora misuro distanze da vicino. prendo appunti sbagliati per non ricordare il giusto. resto a zonzo attorno a me per non perdermi di vista. e mi guardo bene dall’esserci per intero, in questo frame. rallento un battito e aspiro a un profumo più dolce. non c’è sensibilità esperta nel disegnarsi di profilo. solo tentativi di verità segnate dai tratti. e disperanze leggere da leggere poi, con il senno. per dichiarare falso ogni sentimento. per vomitare ogni goccia di sudore lasciata ad aspettare un futuro. nato per strada. e morto di lì a poco.
14.03.04
ci sono lacrime sporche di rabbia. e altri volti distratti da una solitudine. il tempo fermo lì, ad aspettare. e un viaggio che non si muove più. finestrini senza paesaggi, città senza ombre e luci. panorami senza sguardi, occhi senz’iride o un ricordo. storie perse e sparse con la vita distillata in altri luoghi. poco resta di un’abitudine a esistere. di una forza che spinge controvento il bavero alzato sulla faccia. poco importa se il nulla è una condizione. se una parola non trova la sua voce e un incubo s’affaccia con la luce. resiste un anima che si cerca da sé. e non sa più se c’è giorno o poesia. delitto o candore. o un amore di là da venire. seduto aspetto che si riscaldino le mani. che si fermi il mondo. che un nodo si sciolga in gola e un grido liberi quel che rimane. perché non ci sono ancora foglie sugli alberi, che già sono cadute di nuovo. e nessuno le ha raccolte mai.
13.03.04
ci sono notti dal candore definito. dalle lodi intestine di terapia dell’io. o di parchi sorrisi posti di fronte. a studiare la vita. in silenzio e a parole. con periodi mutanti di frasi sincopate da pause inarrestabili. flussi di pensiero allo scontro e una ricerca costante e sommessa. nudità apparenti e nude appartenenze come iperboli retoriche dal significato interrogativo. e il fumo intorno a lucidare gli occhi. sottofondi orchestrati dall’inseguirsi di un riff estraneo a qualsiasi canzone. e tappeto di parole e risa distanti a rimbalzare tra idee che si sono fatte da sé. torture tra i capelli distratti da un’inquietudine e ritorti all’indietro come fosse un viaggio di andate e ritorni, privo di arrivi. una notte soffice imbiancata da lune a traverso il cielo. e poche stelle a segnare il cammino. da quello ad altri momenti da venire. nel tempo.
11.03.04
demasiada sangre en esta ciudad. arti spezzati dall’esplodere del nulla. cadaveri smembrati colorano di qualsiasi sfumatura l’intorno. domande e risposte in un tempo immobile. fino a quando sarà possibile sopravvivere? fino a quando avrà senso morirne? puzza la carne bruciata sul selciato, sfregiata dal metallo complice. volti smarriti cercano di trovare. una mano attaccata al braccio, un respiro da quella bocca spalancata. gambe in fuga dal corpo e idee in centrifuga. il reale è una favola nera a disposizione di chi ha fame. d’altre ragioni da poter odiare. di cerchi concentrici da difendere. e il sangue inumidisce le pareti distratte da grottesca pubblicità . cola lungo le parole, impregna l’aria d’un sapore. ci sono idee che si vomitano e giorni che non devono lasciare il calendario. per morire così. tra il nulla e l’indifferenza, a cavallo di un’emozione triste e violenta.
10.03.04
quanta ansia nel sapere che tutto il sangue si è fermato lì. e non scivola più lungo la schiena di un brivido. affranto da un termine ultimo, un’ora del mattino. difficile pensarlo in circolo ricreativo e rigenerante di una qualche vicissitudine. scelgo una paranoia a caso per sguazzarci dentro e pulirmi l’animo da scorie impure. attimi, soltanto attimi di un presente assente di sé. di per sé. strizzo le vene per distillare gocce di un rosso vivo. da distribuire sulle labbra. lucide della mia malinconia. ho un diapason nel cervello a darmi il la di una falsa partenza. no bagagli, che sono un peso che non sopporto. no distrazioni da quell’unico sorriso. che avanza verso di me. nudo d’altro a ferirmi dove può guarire. un buco nella testa che non trattiene ormai nessun pensiero differente. e mi lascia cullare una rima banale. che vive in un quadro senza cornice. così.
9.03.04
un battito leggero sfiora il tempo di una canzone. mi metto le mani addosso per cercare tracce di un’esistenza. di una pelle a contatto, di un profumo che mi faccia ricordare. odio e rancore li lascio lì da raccogliere un giorno. cerco briciole di gioia lieve e un po’ di luce nella notte. movimenti lenti in un pensiero sognato quell’attimo. e già mi sposto da me e dallo zucchero a velo steso su queste parole. prendo distanza da un mondo piccolo che mi circonda da fuori. cambio canale e interferenza per la solita noia indigesta. e allungo un braccio e un bicchiere. brindo all’assurdo. a quest’essere di me così. perso da un momento all’altro e ritrovato in una notte da lupi e licantropi. c’è una faccia di luna piena poco più in là del vetro. che sia lì per sempre immobile. che smetta di girarmi intorno e scomparire dietro a nuvole di pioggia. e lacrime fermentate.
7.03.04
scandali al sole morti dal freddo d’inverno e indifferenza. vacuità evidenti solleticano noia e imbarazzo. che vedere al buio sia di buon auspicio? che inciampare con le intenzioni sia il suicidio dell’anima? scosto gli occhi da sotto i capelli e li guardo lacrimare. hanno immagini immaginate chiuse lì, dentro un’iride disperata. ruotano intorno a focalizzare un’incognita qualsiasi. sia il coraggio o la paura. siano stretti insieme e nascosti all’evidenza. conchiglie svenute dalla risacca e rinvenute con un sorriso di sabbia. riempiono di sé il ricordo del mare e brillano d’acqua salata e limpida. in una notte dalle ferite aperte. dalla palpitazione tenue e rigorosa. dall’elettricità persa in giro in bolle d’ossigeno. che svolazzano intorno al soffio che le spinge in là . convinto d’avere vinto forza di gravità e peso specifico. d’ogni sentire.
non fosse che a girare in tondo mi scontro sempre con me stesso. non fosse che la notte cola lentamente verso il mattino. non fosse che adesso e qui sono altro. fosse davvero un freddo che ghiaccia le dita e spezza i pensieri lasciati a metà . fosse un presente immaginato a priori. con i contorni nudi di una stanza d’asceta. con l’impeto sfolgorante di un pazzo. sarebbe un b-movie passato all’eternità . sarebbe un trancio di vita vissuta quel che basta a immaginarsi com’è. sarebbe un silenzio da virtuoso. un ballo interrotto dalla musica. un gesto solenne a simulare sacralità e timore. e non vortici interrotti da flussi cerebrali a corrente alternata. paranoie dissimuli di qualche serenità . spazi ristretti dalla mancanza d’aria. e troppa gente intorno a sé. a fantasticare sul possibile. a ignorare la necessità . a strappare sogni dal sonno. a riempire un bicchiere. vuoto.
5.03.04
respiro tutto il fumo lasciato a mezz’aria. soffoco i polmoni e sputo sentenze su ogni logica possibile. di percorsi lievi, dai toni di voce sommessi, non ne ricordo mai. altri tempi di ovvietà lasciate a ciondolare in riva a una strada. occasioni perdute al gioco, a notte fonda. sempre. quattro dita in un bicchiere accompagnate da qualche sensazione virata in blu. e trame intessute da mani fragili. distrutte e ricomposte sotto a un letto. fissando il vuoto ci disegno dentro un futuro a pezzi. distratto da un profumo intenso, accendo i sensi tutti insieme. lascio che il viaggio si compia passo a passo. e sposto il panorama da qui. da un sogno che si è svegliato presto, e non riesco a riaddormentare più. ho buffe pause e un poema interdetto scritti tra le righe. difficili da leggere, amari da masticare. rime da rispettare in silenzio. più zitto che posso.
4.03.04
un andazzo bastardo mi lega le gambe e inchioda i piedi a terra. oscillo da qui, in bilico su di un bicchiere bevuto male. sillabo a caso una nenia mortale e circondo questo stato d’animo d’emozioni riconosciute. dondolo da qui a lei. da raggiungere in un attimo per tracciarle sulla schiena la linea degli affetti. le tocco le dita con l’incoscienza. aggiro un percorso tracciato a caso e tento la retta via. forse è meglio dire a tutti dove sono. e smettere di cercarmi altrove. m’incido la lingua con un coccio di vetro, di sangue trasparente. psichedelia d’oriente in soccorso alla realtà . ho una voglia da tenermi addosso e un istante per precipitare. la guardo distesa e lascio che una lacrima di sangue le riscaldi la pelle. chissà a cosa appartengo. a un punto di domanda, al suo sentire, a una bottiglia con dentro una nave. m’equipaggio d’un equilibrio instabile e provo a lasciarmi cadere. qui. da dove dondolo.
3.03.04
è una stanza chiusa dalle ossessioni. che ci sto a fare è un dubbio orrendo. e m’assale di nascosto. dovrei essere fuori di qui, fuori da me. ci sono piazze desolate popolate solo da piccioni che non viaggiano mai. e un’indole apparente da esploratore me la ritrovo addosso se bevo troppo. non c’è ragione da avere e distribuire in giro. neanche saliva per sputare sul passato. solo ombre cinesi proiettate sulle pareti del cervello. a giocare con spazi vuoti e scommesse perdute per strada. comincio a capire solo ora a chi potrebbe appartenere il profilo che ho davanti. e lo disegno con un dito. lo sfioro con un’intenzione. lo accarezzo con un pensiero. giorno e notte non hanno distinguo ormai. incido le palpebre per riempirmi di luce. e vedere i contorni d’ogni immagine che metto a fuoco. mentre brucia lentamente.
2.03.04
ho bruciato le labbra di chi guardava in silenzio. sono rimasto a guardare rapito dal crepitare delle parole. tranciate a metà da una lingua di fuoco. mi sono allontanato lentamente da quel luogo. per non tornarci troppo di frequente. per lasciarlo in eredità alla memoria. per assaporarne, da lontano, il vuoto. invocando un sonno leggero, mi si è abbassato il cielo dinnanzi, aprendo prospettive mai neppure sognate. ho visto cose che non so raccontare. ho chiuso gli occhi in fretta. per immaginare da me qualcosa. che fosse vero comunque. che fosse mio finalmente. ho sentito mani stringermi alla gola. e una voce sussurare oscenità nell’ombra. ho riaperto gli occhi per vedere se ero io. me li ha richiusi il vento caldo di un’abitudine. sono rimasto qui, da me, a contare le ipotesi possili. di chi fosse realmente quella disperazione. e non lo so. ancora.
1.03.04
per quanto, posso coltivare il silenzio. come opera di remissione. come estremo tentativo di restare fermo a guardare. e non dire. di me. ciò che posso intuire e sperare. buchi neri come trappole e simbolo. aborti di pensiero messi in fila accanto alla parete. li guardo dall’altro lato. e provo. di me. sensazioni a comando. non detto come. fosse cosa taciuta di proposito sofferente. allergia alla verità . che vive d’altri mondi e contiene ogni momento. non detto quando. resto immobile a meditare sul possibile. con parole legate alle intenzioni. non detto cosa. di tutto ciò che viaggia lungo una vibrazione. dal tono di voce sommesso. dal sorriso nascosto tra le mani. banalità dal cuore tenero parcheggiate sul ciglio della strada. quella che vorrei tracciare per andare ovunque. a cercare e trovare. col gusto intatto di un’alleanza. e un non detto. ancora. già svelato.


